La

mia

spesa

per

la

Pace

 

Articolo tratto da "Famiglia Cristiana" n. 48 del 30/11/2003

LA GUERRA PREVENTIVA ALL’IRAK NON HA CONTRASTATO IL TERRORISMO.

ALLA RICERCA DELLE VERE CAUSE

Questa guerra era ingiusta. Anzitutto perché le cause giuste (ammesso che tali siano) non si difendono con la guerra. Che non è un rimedio all’ingiustizia, ma fonte di altre e più gravi ingiustizie: porta solo distruzione e morte. E poi perché, a guerra finita ma non a pace iniziata, non si sa ancora quali fossero quelle cause giuste che l’hanno scatenata.

La versione è, di volta in volta, cambiata: in un primo momento, la guerra era necessaria e legittima, perché il dittatore senza scrupoli e capace di tutto possedeva armi di distruzione di massa. Cosa che, a tutt’oggi (ma anche prima), non risulta. Successivamente, era urgente portare agli iracheni la democrazia (con le bombe?), in quanto il regime dispotico e sanguinario rappresentava un pericolo per tutti. Da ultimo, si doveva combattere il terrorismo globale, di cui bisognava anticipare le mosse.

E così si rende manifesta una duplice forma d’irrazionalità: la prima nel coniare un nuovo aggettivo (guerra "preventiva") che non figura nemmeno nella teoria militare più bellicista. Nella cultura militarista, la guerra è considerata – almeno teoricamente – l’estremo rimedio, e non il primo, o come anticipazione dell’eventuale aggressione. La seconda riguarda l’individuazione del nemico.

Come è stato più volte osservato – e non da personaggi antiamericani –, il terrorismo non ha Stati: i terroristi si spostano da uno Stato a un altro. Sono simili a parassiti migratori che occupano temporaneamente un ospite (uno Stato canaglia, un Governo instabile e persino delle democrazie cristalline) e che quando un determinato ospite è morto o reso inoffensivo, si spostano opportunisticamente in un altro. Pronti, eventualmente, a rioccupare il precedente qualora esso torni a vivere e si presenti come un regime amico. Di fatto, la guerra preventiva non ha contrastato il terrorismo, anzi lo ha allargato. E ne vediamo tutti i giorni le nefaste conseguenze, che ci hanno colpito da vicino.

Alla causa antiterrorismo, la cooperazione tra intelligence e forze di polizia ha dato migliori risultati, malgrado sia indirizzata ai terroristi e non agli Stati canaglia. E ha avuto successo proprio tramite la cooperazione e il multilateralismo, che la guerra preventiva unilaterale ha compromesso.

La sicurezza dei popoli non può essere affidata all’enorme dispiegamento della macchina bellica. La speranza di un futuro più umano poggia sulla sana reazione della coscienza collettiva. La convinzione profetica di Giovanni XXIII non è più solo nel testo autorevole (la Pacem in terris), penetra sempre più nelle teste. La nuova coscienza collettiva – il fenomeno più sorprendente del nostro tempo – è il rifiuto del nuovo ordine mondiale deciso da uno solo, la contrarietà a un modello unico e indiscutibile.

Il Papa, in base alla ragione e al Vangelo, ha saputo fortunatamente interpretarla. La mobilitazione dell’opinione pubblica è in grado di penalizzare le politiche che hanno tentato o tentano di seguire l’impraticabile strada della guerra. Non si tratta, certo, di soccombere all’ingiustizia e all’aggressione, ma di trovare vie giuste (e ci sono) per la sicurezza e la difesa collettive.

D.A.