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sono voti che date al sistema.

(Alex Zanotelli, missionario)

22/1/2004

Carissimo/a aderente,

sperando di fare cosa gradita ti inviamo alcuni stralci relativi alla posizione di Papa Giovanni Paolo II sul tema delle guerre preventive e sull'uso della forza per la risoluzione dei conflitti.

Più ampi materiali sono disponibili nella sezione "Approfondimenti" del sito della Campagna.

Ti ringraziamo e ti invitiamo a fare il passaparola.

Alla prossima.

Diventa il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo
(Mohandas Karamchand Gandhi)

Rete contro la guerra dell'Ovest milanese

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Tel. e fax 029024617

 

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21/01/2004 - GIOVANNI PAOLO II: LA PACE NON SI OTTIENE CON IL RICORSO ALLA FORZA

La pace non si ottiene con il "ricorso alla forza", ma con la capacità di superare "le ragioni delle divisioni e dei conflitti" grazie anche al "contributo decisivo" di tutti i cristiani. Lo ha detto oggi il Papa, che ha incentrato la tradizionale udienza generale sul tema della pace e dell’unità di cristiani, nella settimana di preghiera dedicata dalla Chiesa a questo impegno. "Il mondo anela alla pace, ha bisogno di pace, oggi come ieri - ha esordito Giovanni Paolo II - ma spesso la cerca con mezzi impropri, talora persino con il ricorso alla forza o con l’equilibrio di potenze contrapposte. In tali situazioni l’uomo vive con il cuore turbato dalla paura e nell’incertezza. La pace di Cristo, invece, riconcilia gli animi, purifica i cuori, converte le menti".

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12/01/2004 - DISCORSO DEL PAPA AL CORPO DIPLOMATICO: «LA GUERRA NON RISOLVE I CONFLITTI» "La guerra non risolve i conflitti tra i popoli", poiché la "pace autentica e duratura" è il frutto di "un’azione morale e giuridica" fondata sul "rifiuto categorico" della violenza e del terrorismo.

Ricordando "i numerosi passi fatti dalla Santa Sede per evitare il penoso conflitto in Iraq", Giovanni Paolo II ha auspicato che "la comunità internazionale aiuti gli iracheni, sbarazzatisi da un regime che li opprimeva, a riprendere le redini del loro paese, consolidarne la sovranità, determinare democraticamente un sistema politico ed economico conforme alle loro aspirazioni, affinché l’Iraq ridivenga un membro credibile della comunità internazionale".
"La pace autentica e duratura", ha detto ancora il Papa al corpo diplomatico, "non può ridursi ad un semplice equilibrio tra le forze presenti; è soprattutto il frutto di un’azione morale e giuridica". Altro tema del discorso papale, il "terrorismo internazionale", che "seminando la paura, l’odio ed il fanatismo, disonora qualsiasi causa esso pretenda di servire". "Ogni civiltà degna di questo nome – è il monito del Papa – suppone il rifiuto categorico dei rapporti di violenza. Ecco perché non potremo mai rassegnarci ad accettare passivamente che la violenza tenga la pace in ostaggio".
Oggi "più che mai", sostiene Giovanni Paolo II, "è urgente giungere ad una sicurezza collettiva più efficace che doni all’organizzazione delle Nazioni Unite il posto e il ruolo che gli spettano", imparando dalle "lezioni del passato lontano e recente" e partendo dalla "certezza" che "la guerra non risolve mai i conflitti tra i popoli".
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8/12/2003 - DALLA LETTERA DEL PAPA PER L'1 GENNAIO 2004 - GIORNATA DELLA PACE

L'educazione alla legalità

5. In questo compito di educare alla pace, s'inserisce con particolare urgenza la necessità di guidare gli individui ed i popoli a rispettare l'ordine internazionale e ad osservare gli impegni assunti dalle Autorità, che legittimamente li rappresentano. La pace ed il diritto internazionale sono intimamente legati fra loro: il diritto favorisce la pace.
Fin dagli albori della civiltà i raggruppamenti umani che venivano formandosi ebbero cura di stabilire tra loro intese e patti che evitassero l'arbitrario uso della forza e consentissero il tentativo di una soluzione pacifica delle controversie via via insorgenti. Accanto agli ordinamenti giuridici dei singoli popoli si costituì così progressivamente un altro complesso di norme, che fu qualificato col nome di jus gentium (diritto delle genti). Col passare del tempo, esso venne estendendosi e precisandosi alla luce delle vicende storiche dei vari popoli.
Questo processo subì una forte accelerazione con la nascita degli Stati moderni. A partire dal XVI secolo giuristi, filosofi e teologi si impegnarono nella elaborazione dei vari capitoli del diritto internazionale, ancorandolo a postulati fondamentali del diritto naturale. In questo cammino presero forma, con forza crescente, principi universali che sono anteriori e superiori al diritto interno degli Stati, e che tengono in conto l'unità e la comune vocazione della famiglia umana.
Centrale fra tutti questi principi è sicuramente quello secondo cui pacta sunt servanda: gli accordi liberamente sottoscritti devono essere onorati. È questo il cardine ed il presupposto inderogabile di ogni rapporto fra parti contraenti responsabili. La sua violazione non può che avviare una situazione di illegalità e di conseguenti attriti e contrapposizioni che non mancherà di avere durevoli ripercussioni negative. Risulta opportuno richiamare questa regola fondamentale, soprattutto nei momenti in cui si avverte la tentazione di fare appello al diritto della forza piuttosto che alla forza del diritto.
Uno di questi momenti fu senza dubbio il dramma che l'umanità sperimentò durante la seconda guerra mondiale: una voragine di violenza, di distruzione e di morte quale mai s'era conosciuta prima d'allora.

L'osservanza del diritto

6. Quella guerra, con gli orrori e le terrificanti violazioni della dignità dell'uomo a cui dette occasione, condusse ad un profondo rinnovamento dell'ordinamento giuridico internazionale. La difesa e la promozione della pace furono collocate al centro di un sistema normativo e istituzionale ampiamente aggiornato. A vegliare sulla pace e sulla sicurezza globali, a incoraggiare gli sforzi degli Stati per mantenere e garantire questi fondamentali beni dell'umanità, i Governi chiamarono un'organizzazione appositamente costituita - l'Organizzazione delle Nazioni Unite - con un Consiglio di Sicurezza investito di ampi poteri d'azione. Quale cardine del sistema venne posto il divieto del ricorso alla forza. Un divieto che, secondo il noto cap. VII della Carta delle Nazioni Unite, prevede due sole eccezioni. Una è quella che conferma il diritto naturale alla legittima difesa, da esercitarsi secondo le modalità previste e nell'ambito delle Nazioni Unite: di conseguenza, anche dentro i tradizionali limiti della necessità e della proporzionalità.
L'altra eccezione è rappresentata dal sistema di sicurezza collettiva, che assegna al Consiglio di Sicurezza la competenza e la responsabilità in materia di mantenimento della pace, con potere di decisione e ampia discrezionalità.
Il sistema elaborato con la Carta delle Nazioni Unite avrebbe dovuto «preservare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nell'arco di una vita umana ha inflitto indicibili sofferenze all'umanità ».(4) Nei decenni successivi, tuttavia, la divisione della comunità internazionale in blocchi contrapposti, la guerra fredda in una parte del globo terrestre, i violenti conflitti scoppiati in altre regioni, il fenomeno del terrorismo, hanno prodotto un crescente scostamento dalle previsioni e dalle aspettative dell'immediato dopoguerra.

Un nuovo ordinamento internazionale

7. È doveroso tuttavia riconoscere che l'Organizzazione delle Nazioni Unite,pur con limiti e ritardi dovuti in gran parte alle inadempienze dei suoi membri, ha contribuito notevolmente a promuovere il rispetto della dignità umana, la libertà dei popoli e l'esigenza dello sviluppo, preparando il terreno culturale e istituzionale su cui costruire la pace.
L'azione dei Governi nazionali trarrà un forte incoraggiamento dal constatare che gli ideali delle Nazioni Unite sono largamente diffusi, in particolare mediante i concreti gesti di solidarietà e di pace delle tante persone che operano anche nelle Organizzazioni Non Governative e nei Movimenti per i diritti dell'uomo.
Si tratta di un significativo stimolo per una riforma che metta l'Organizzazione delle Nazioni Unite in grado di funzionare efficacemente per il conseguimento dei propri fini statutari, tuttora validi: «L'umanità, di fronte a una fase nuova e più difficile del suo autentico sviluppo, ha oggi bisogno di un grado superiore di ordinamento internazionale ».(5) Gli Stati devono considerare tale obiettivo come un preciso obbligo morale e politico, che richiede prudenza e determinazione.
Rinnovo l'auspicio formulato nel 1995: « Occorre che l'Organizzazione delle Nazioni Unite si elevi sempre più dallo stadio freddo di istituzione di tipo amministrativo a quello di centro morale, in cui tutte le nazioni del mondo si sentano a casa loro sviluppando la comune coscienza di essere, per così dire, una "famiglia di nazioni"».(6)

La piaga funesta del terrorismo

8. Oggi il diritto internazionale fa fatica ad offrire soluzioni alla conflittualità derivante dai mutamenti nella fisionomia del mondo contemporaneo. Tale conflittualità, infatti, trova frequentemente tra i suoi protagonisti attori che non sono Stati, ma enti derivati dalla disgregazione degli Stati o legati a rivendicazioni indipendentiste o connessi con agguerrite organizzazioni criminali. Un ordinamento giuridico costituito da norme elaborate nei secoli per disciplinare i rapporti tra Stati sovrani si trova in difficoltà a fronteggiare conflitti in cui agiscono anche enti non riconducibili ai tradizionali caratteri della statualità. Ciò vale, in particolare, nel caso dei gruppi terroristici.
La piaga del terrorismo è diventata in questi anni più virulenta e ha prodotto massacri efferati, che hanno reso sempre più irta di ostacoli la via del dialogo e del negoziato, esacerbando gli animi e aggravando i problemi, particolarmente nel Medio Oriente.
Tuttavia, per essere vincente, la lotta contro il terrorismo non può esaurirsi soltanto in operazioni repressive e punitive. È essenziale che il pur necessario ricorso alla forza sia accompagnato da una coraggiosa e lucida analisi delle motivazioni soggiacenti agli attacchi terroristici.
Allo stesso tempo, l'impegno contro il terrorismo deve esprimersi anche sul piano politico e pedagogico: da un lato, rimuovendo le cause che stanno all'origine di situazioni di ingiustizia, dalle quali scaturiscono sovente le spinte agli atti più disperati e sanguinosi; dall'altro, insistendo su un'educazione ispirata al rispetto per la vita umana in ogni circostanza:l'unità del genere umano è infatti una realtà più forte delle divisioni contingenti che separano uomini e popoli.
Nella doverosa lotta contro il terrorismo, il diritto internazionale è ora chiamato ad elaborare strumenti giuridici dotati di efficienti meccanismi di prevenzione, di monitoraggio e di repressione dei reati. In ogni caso, i Governi democratici ben sanno che l'uso della forza contro i terroristi non può giustificare la rinuncia ai principi di uno Stato di diritto. Sarebbero scelte politiche inaccettabili quelle che ricercassero il successo senza tener conto dei fondamentali diritti dell'uomo: il fine non giustifica mai i mezzi!

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